WINNERS 2019-11-03T14:47:59+00:00

ITALY PHOTO AWARD


— Lodi  —

MIGLIOR PORTFOLIO

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TERRAROSSA

 Mariagrazia Beruffi  

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Vince il Premio Miglior Portfolio “Terrarossa” di Mariagrazia Beruffi per aver saputo creare un lavoro poetico, specifico e immersivo, dove il concetto di focolare si allarga e diventa luce soffusa, riporta a dettagli identitari e a rimandi di memoria legati alla terra. Il linguaggio si presenta ruvido, “aspro” e carnale.

Terra rossa, groviglio di arbusti, grotte, cavità e doline. E’ il Carso selvaggio che dall’altipiano alle spalle di Trieste si estende oltre i confini per andare a perdersi ad est. Una terra aspra, animata da forti contrasti e sovente sferzata da una Bora violenta. Nell’immaginario collettivo, oltre a richiamare alla memoria un passato di sangue, conserva anche un alone di mistero dovuto forse all’idea di essere un nascondiglio naturale di chi deve o vuole sparire; un luogo trasgressivo per riti esoterici o amori clandestini. Ma in realtà le persone che abitano questi luoghi così speciali sono fortemente legate a valori semplici e antichi fondati  sul significato di casa e il senso di attaccamento al concetto di famiglia. Sono minoranze autoctone (sloveni in Italia e italiani in Slovenia e Croazia) la cui identità  è determinata non tanto dall’appartenenza ad una nazione quanto ad un territorio. Luoghi segnati da una storia difficile, da cento anni di confini contesi e infine subiti, sia da chi è fuggito e che da quelli che sono rimasti. Ora ciò che fu confine non separa più, anzi, unisce perché continuamente attraversato per mille e più ragioni in un costante scambio di vite e situazioni. E per molti rappresenta ancora la commossa ricerca di giovanili ricordi nei luoghi che furono casa. Vagare, conoscere, incontrare e scattare sono stati i mezzi per penetrare una realtà complessa e ruvida, che vive di un’economia agricola essenziale ma sufficiente a rimanere ancorata a una terra, poca, povera e rossa.

GIOVANE TALENTO

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DOVE SI FERMANO GLI OCCHI

 Davide Bertuccio  

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Vince il Premio Giovane Talento “Dove si Fermano gli occhi” di Davide Bertuccio. Il tema della sostenibilità è molto attuale, legato al territorio e alla scienza. Perfino lo stretto di Messina, che dovrebbe essere pulito dai rifiuti grazie alle forti correnti, è adesso inquinato. Anche in questo pezzo di mare si possono trovare microplastiche e nanoplastiche, presenti nelle carni dei pesci. Questo tipo di inquinamento ha un impatto importante sulle comunità che vivono intorno al mare. I pescatori hanno bisogno di cambiare lavoro perchè la loro pesca, in mari inquinati, non è più sostenibile né a livello ambientale né a livello economico. Si tratta di un progetto coerente e completo: tratta il tema delle microplastiche in mare a 360°, dalla pesca al laboratorio in cui viene analizzato il pescato.

Dove si fermano gli occhi” è un lavoro che ha come principale soggetto il mare, lì dove il vero problema si cela al nostro sguardo. È proprio tra le acque del mare che l’incertezza del futuro sta tessendo una delle trame più insidiose. È proprio dall’imparare a rispettare il mare che dovremmo incominciare, se non vogliamo un giorno affogare nella plastica. “Adesso che il danno è fatto, la situazione del mare non può facilmente essere risolta, ma migliorata sicuramente. Come? Tanto per iniziare bloccando tutta la produzione di ciò che può andare ad inquinare. In tutta sincerità è abbastanza triste constatare il potere autodistruttivo dell’uomo”.  A parlare è Serena, una dottoranda in Biologia Marina dell’Università di Messina.

MENZIONE SPECIALE

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RWANDAN GIRLS’N BOYS

 Mauro Mercandelli  

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Menzione Speciale per “Rwandan Girls ‘n Boys” di Mauro Mercandelli per aver documentato il genocidio del Ruanda del 1994 in un modo inedito, con una storia che ha un forte legame con l’Italia. Il soggetto ci racconta esperienze di integrazione che da quell’anno arrivano ai giorni nostri.

Al termine dei 100 giorni di carneficine il Rwanda conta più di 800.000 vittime civili. Nessuno viene risparmiato, pochi sono quelli che riescono a sopravvivere, chi nascondendosi nelle paludi e nelle foreste chi sottraendosi ai machete protetto dai corpi dei cadaveri. Nella metà di luglio del 1994 la capitale Kigali passa definitivamente sotto il controllo del FPR capitanato da Paul Kagame, da lì a poco  verrà decretata la fine del conflitto.  L’operazione Turquoise autorizzata dalla risoluzione 929 dal consiglio ONU, rivelatasi incapace di porre fine ai massacri si conclude nell’Agosto dello stesso anno;  sta per avere inizio una delle più grandi crisi umanitarie con l’esodo di quasi un milione di Hutu in fuga dal paese verso il Congo. Tra i sopravvissuti c’è un gruppo di 171 bambini rwandesi evacuati durante i massacri dalla Croce Rossa su segnalazione dell’ ong  Museke . Finita la guerra 91 bambini rientrano nel loro paese e per 40 di loro iniziano le pratiche di adozione che si concluderanno nel 1999. Nel frattempo il governo di Kigali contatta la Farnesina per avere spiegazioni del mancato rientro del resto dei bambini e da quel momento inizia un braccio di ferro tra lo stato Rwandese che rivendica i suoi figli e l’organizzazione italiana che si è occupata delle adozioni. La vicenda si conclude con la permanenza definitiva in Italia dei piccoli presso le famiglie adottanti.

La raccolta di fotografie che li ritrae oggi, 25 anni dopo il genocidio, vuol essere un’occasione per ragionare sulla fluttuazione delle identità, che non sono più necessariamente in relazione a confini e culture di nascita, ma sempre più espressione di singoli individui  che si modellano attraverso memoria e autodeterminazione. Ognuno di loro ha una posizione molto personale di quegli eventi e delle conseguenze che hanno cambiato la loro vita. Vite diverse di chi è ancora dentro un conflitto, di chi l’ha risolto, di chi ha la percezione dello sradicamento, di chi si ha trovato una riconciliazione e di chi ha scorto un’opportunità inaspettata. Vite come le nostre, anche se noi le atrocità le abbiamo viste solo rappresentate.

“Il cuore non è un sacco dove chiunque possa mettere mano”  (proverbio rwandese)

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